La rutine. Questo sarà il mio presente passato. Un presente che in pochi passi, in pochi secondi, diventerà un passato solitario, senza padrone.
Un passato che non sarà né anteriore a nessun presente né anteriore a nessun futuro. Cammino. Penso a quel povero passato che non si sa come andrà a finire, cosa diventerà.
Me ecco che l’orologio impaziente mi avvisa che non c’è tempo per pensare a cose superflue: ma il mio passato non lo è.
Le dieci meno dieci. Un bel mattino, temperatura gradevole e clima non soffocante; si vede che non sono l’unico che la pensa così. Il giorno sa cos’è l’essere schiavi della noia: giorno e notte, un’ora dopo l’altra, un secolo dopo un’altro. Noia. Il tempo e la noia. Lo sa che cos’è che io desidero fare e vorrebbe anche lui poter camminare a fianco a me.
Ma com’è che la penso io? Se lo sapessi non avrei bisogno di questo momento, di quest’ultima passeggiata. So soltanto un’unica cosa che mi ha fatto sempre riflettere: questa non è la mia vita, me l’hanno detto.
Non sono stato io a decidere quale sarà il mio destino, non ho avuto la possibilità di scegliere il mio passato (l’unica cosa che pensavo mi appartenesse davvero), e non mi è grato l’appropiarmi di un passato che, in realtà, non è stato ideato né da me né per me. Il mio passato me lo creo io, grazie.
Le dieci meno cinque. Sta per finire il tempo, i secondi diventano eterne ore che non vogliono arrivare alla loro fine, non come me, impaziente perchè arrivi la mia. La tranquillità e la sicurezza iniziali si trasformano in terrore e angoscia, cosa sto per fare? Non lo so, forse scappare da qualcosa.
Le dieci. Il mio cuore si ferma, stanco, ha bisogno di riposare, per poi risvegliare. Insieme ad esso il mio corpo si spegne, solo un secondo. Apro gli occhi, respiro tranquillo: tutto. Tutto è cambiato, lo so. Avevano ragione loro. Oggi sarebbe stato il mio giorno ed eccolo di fronte a me.
La mano. Tento di muovere le dita: pollice, indice, dito medio, anulare, mignolo, così leggeri, troppo. La mano. Il polso, il braccio, la spalla; un brivido percorre tutta la mia schiena, sveglia il mio corpo.
Le dieci e uno. Non sono più. Lo sento, o meglio dire lo “non sento”. Sono ciò che, un minuto prima, potrei aver definito “felice”. Ma non è felicità, non è tranquillità, non è paura, non è inquietudine, non è...
Ecco, sono un “non è”, mi sento un “non essere” che cammina in mezzo a un qualcosa, oppure in mezzo a un “non qualcosa”. Dubito. Mi fermo. Tento di disubbidirmi e ricordare il passato che mi era stato assegnato e che mi ero promesso di dimenticare, niente. Non c’è nessun passato. Tento con un futuro, niente. Nessun futuro, parola strana che non vuole essere compresa: fu-tu-ro.
Aspetto. Ed ecco che la vedo, la trovo. La porta che dice: “L’inizio di qualcosa di nuovo”. Finalmente. Una risposta. La apro. Esco.